Intervista | Franz Palermo

Una creatività raffinata

Ciao! Mi chiamo Andrew, e sarò il conduttore di questa intervista! 

Oggi diamo il benvenuto ad un nuovo ospite!
Siamo felicissimi di poterlo accogliere nel nostro Salotto degli Artisti

Ma lasciamo che si presenti e ci racconti la sua storia…

Chi sei e da dove vieni?

Mi chiamo Franz Palermo e sono nato a Matera nel secolo scorso, cosa non più tanto scontata, ahimè.

Sono un autore, un venditore di libri, un editor. Collaboro con una realtà di formazione e sto formando a mia volta nuove generazioni di scrittori per scrivere storie capaci di farsi amare.

Quando hai iniziato a scrivere?

Avevo otto anni e tanta fantasia.

Ricordo che prima di quel periodo avrei trovato davvero impensabile l’idea di scrivere storie complesse, poi mi capitò di leggere una cosa che oggi trovo un po’ imbarazzante, ma solo perché ho sviluppato antipatia verso la casa di produzione in questione…

C’era un fumetto su un certo numero di Topolino, faceva parte di una serie chiamata “I mercoledì di Pippo”.

In pratica, Pippo scriveva ogni settimana un nuovo romanzo e poi obbligava Topolino ad andare a trovarlo per leggerlo insieme. Topolino, naturalmente, combatteva tra la noia e il desiderio di correggere ogni esecrabile scemenza partorita dall’illogica penna di Pippo, che dal canto suo rispondeva offendendosi
e strepitando.

Insomma, Pippo era l’archetipo dello scrittore tossico, quello che oggi condanno senza appelli!

Comunque sia, Pippo spaziava alla grande tra i generi e c’era il
soggetto di un Fantasy che mi colpì molto. Volli provare a riscriverlo in una chiave più seria, anche più oscura. Ero anch’io un po’ Pippo per gli atteggiamenti, inutile negarlo, ma da un bambino di otto anni puoi aspettartelo.    

Da lì, l’esperienza mi piacque e non ho più smesso, ma non sarei mai diventato uno scrittore se, a un certo punto della mia vita, non mi fossi reso conto che era necessario studiare per fare questo mestiere; e studiare sodo, perché di gente come Pippo è pieno il mondo!

E come nasce la tua passione?

Ho avuto negli anni, soprattutto negli ultimissimi, in cui comincio a conoscere e a essere conosciuto nel settore, delle persone e dei formatori che mi hanno trasmesso le loro conoscenze e ai quali posso ispirarmi senza distinzioni, nessuno escluso, perché quelli che hanno più esperienza di me hanno sempre qualcosa da insegnare.

Viceversa, la passione non penso che si sia sviluppata in qualche modo, è nata con
me. Non ricordo se c’è stato un momento della mia vita, anche da piccolissimo, in cui non mi sono raccontato delle storie.

Ho sempre amato immaginare. Col tempo, ho scelto di condividere le mie narrazioni e ho voluto farne una professione. Per un periodo mi sono persino illuso che fosse un modo per sedurre le ragazze.

In fondo, non è forse di speranze che si campa?

La tua arte è anche il tuo lavoro, oppure svolgi parallelamente un altro impiego? Se sì, come concili queste vite parallele?

In questo periodo preferisco dire che sì, mi dedico solo a questo settore, principalmente perché tutto il resto è molto altalenante.

Ho passato gli ultimi anni tra studio, sacrifici e imprecazioni neanche troppo sofisticate per essere un professionista competente, capace di fare bene il mio lavoro.

Ovvio, di libri non si campa, soprattutto in Italia, per questo cerco di guadagnarmi la pagnotta in primo luogo con i servizi editoriali.

Il vantaggio è che lavorare sulle storie altrui mi permette di migliorare le mie in
modo vertiginoso, è tutto esercizio che archivio di volta in volta.

Cosa raccontano i contenuti che pubblichi?
Qual è la finalità del tuo attivismo artistico?

Be’, la mia finalità ultima è di intrattenere. Una storia deve emozionare, deve essere popolare, e il fatto di lasciare un insegnamento di qualche tipo è solo un effetto secondario.

Importante, certo, persino fondamentale se vuole restare a lungo nel cuore di chi quella storia la fruirà, ma pur sempre subordinato alla necessità che ha di divertire. Forse l’ho resa più complessa di quanto è in realtà. In parole povere, se voglio trasmetterti qualcosa devo anche renderti piacevole il contesto, altrimenti col
cavolo che ti interesserà ascoltarmi!

È la ragione per cui tanti percorsi di insegnamento non funzionano come
dovrebbero: non riescono a coinvolgere gli studenti, a suscitare la loro curiosità.
Ciò premesso, molti dei miei lettori sono già rimasti colpiti da certe tematiche che ho affrontato.

Mentirei se dicessi che non volevo lasciare un messaggio, però ho fatto in modo che non fosse mai la mia priorità.

Ti sei divertito a leggermi? Ok, mi basta, te ne sono grato; va bene così.

Se si creerà contesto, se un tuo amico avrà letto lo stesso libro, allora nascerà anche il dibattito e ne sarò entusiasta. 

Il mio fine ultimo è esattamente questo, ovvero dimostrare che il mio genere letterario, per quanto ingiustamente bistrattato dagli snobboni impenitenti, sia
perfettamente in grado di veicolare emozioni e profondità, spesso con un’efficacia che la cosiddetta “letteratura alta” può solo sognarsi!

Solo un difettoso del Signore può credere che un genere sia più valido rispetto a un altro, perché qualsiasi espressione della letteratura possiede identità e dignità.

Parlaci delle tue pubblicazioni.
Di cosa trattano, e perché hai deciso di realizzarle?

Posso parlare della mia dilogia mitologica conclusa, “La Morte degli Dèi”.

È la storia di una studentessa universitaria e un barman, che sono in realtà incarnazioni di divinità mitologiche, destinati a combattere una guerra ai giorni nostri. Dovranno perciò rifondare i loro antichi culti e contendersi le superpotenze mondiali a colpi di conversione. Il problema è che non ricordano di essere stati divinità prima di rinascere.

Ho voluto scrivere questa storia anzitutto perché affronta un tema a cui sono sempre stato molto legato, ovvero il modo in cui il potere alteri la personalità di coloro che lo ottengono, ma in questo caso era diverso perché c’erano in ballo gli dèi mitologici.

E gli dèi mitologici sono “archetipi”.

È come nel teatro delle maschere, no? Quando l’attore si cala in volto la maschera di Pulcinella, lui diventa “Pulcinella”, senza mezzi termini. Quando l’attrice interpreta Cleopatra nella scena finale del suicidio per amore di Antonio, lei muore davvero, sebbene in senso figurato.

Quindi, qui la tematica del potere è legata alla natura della divinità che i miei personaggi incarnano. Un barman timido e dal buon cuore diventa il dio del sapere egizio. Una studentessa che lotta con un grande vuoto interiore diventa la più feroce tra le dee azteche. E per tutto il tempo, lottano per preservare quell’umanità che conoscono come unica realtà concepibile, è un triste gioco di perdita e riscoperta.

Una riflessione sull’esistenza a colpi di miracoli distruttivi e al comando di giganteschi animali guardiani, che sono le bestie sacre di ciascun dio.

Rendendo note le tue opere quale è stata la risposta del tuo pubblico, e quali esperienze ne hai tratto? Cambieresti qualcosa, a posteriori?

Ho capito che esistono sensibilità molto diverse dalla mia.

E lo sapevo già, ma è incredibile quanto sia vasta questa diversità, te ne rendi conto solo quando te la ritrovi davanti. Mi ha aiutato a crescere e maturare, cosa di cui sono grato.

Cosa cambierei? Mmmh

Be’, forse eviterei di fare un esordio dalle tematiche così problematiche come il mio “Inòmina”, che è la storia della sindrome di Stoccolma di una studentessa universitaria cleptomane per uno stregone malvagio.

È un grimdark romance, potremmo dire. Diventa molto crudo a un certo punto; una mia collega lo definisce “il male estremo del mondo” pur avendo amato una particolare scena di grande violenza.

Potrei cambiarlo, sì, potrei edulcorare quella parte e stare più tranquillo, ma non mi sembra giusto, a questo punto. È la sua identità. È una mia pietra miliare e il lavoro dello scrittore è così, fatto di libri che devono essere sempre migliori almeno un po’ rispetto al precedente.

La perfezione non esiste, ma il perfezionamento è alla base di questa follia del voler raccontare storie.

Quali sensazioni hai provato “prima e dopo”, dal tuo primissimo annuncio al pubblico?

Quanto influiscono le aspettative sui risultati?

Quando esce un libro è un momento magico.

Conosco autori che ne sono terrorizzati, hanno paura che non piacerà e cose del genere. Per me è uno spasso, non vedo l’ora di conoscere i commenti, nel bene e nel male.

Siamo tutti diversi, del resto. Come aspettative sono sempre rimasto coi piedi per terra, quindi non ho molto da riferire. È difficile, la concorrenza è tanta, partire nella totale indifferenza del pubblico può essere un incubo, ma non è nulla che mi
scoraggi.

Poco alla volta, i risultati arrivano per chi ha costanza.

Quale riscontro hai ricevuto dai tuoi amici, parenti e conoscenti?
Hai regalato loro delle copie? Ti hanno supportato comprandole?

Nella mia personalissima esperienza, i parenti rappresentano la base di supporto più inutile su cui far affidamento.

La mia famiglia è disfunzionale, da questo punto di vista devo prendere le distanze il più possibile. Qualcuno ha comprato delle copie come atto caritatevole, ma nessuno le ha lette, il che è solo una seccatura in più.

Il punto è che chi ti conosce da così vicino, come la famiglia, tende a non prenderti mai troppo sul serio per certe velleità artistiche, almeno finché non ti piove addosso un successo palese.

È capitato proprio di recente, con la mia vittoria alla prima edizione del Premio Arcimago per Fantasy inediti: dopo che ho piazzato sui social una foto in cui reggevo il trofeo, una mia parente mi ha scritto dopo più di dieci anni di silenzio
per farmi i complimenti.

Non è una cosa che gradisco, probabilmente esagero, ma non posso farci niente. Detesto i complimenti di facciata, insomma.

Di persone al settimo cielo per la mia carriera ne sto incontrando sempre più, gente felicissima di supportarmi, di vivere le mie storie, di appassionarsi. Nessuna di loro è un mio parente, appunto, e questo dovrebbe far riflettere.

Come hai trovato, e su quali basi hai scelto, il tuo canale di vendita?

Al momento sono un autore self (self-publisher, ndr.), ovvero pubblico con Amazon, ma solo dopo che i miei libri hanno passato una rigorosa fase di editing, come avviene nelle case editrici.

Il che significa che devo sborsare io questi soldi, ma va bene così. Ho scelto questa strada per avere il controllo totale sulla mia produzione e sulle rendite di ogni singola vendita.

Per me è stata una scelta e continuerà a esserlo ancora per un po’, dal momento che ho già ricevuto alcune offerte dalle case editrici, ma in un futuro prossimo potrei cominciare a seguire entrambi i percorsi, un po’ da self e un po’ con Casa Editrice tradizionale.

Credo che questa sia la condizione migliore per un professionista, al giorno d’oggi.

Conosci il concetto di Burnout emotivo?

Come si supera lo sconforto di non essere ricercati, quando gli sforzi sembrano non essere ripagati o le vendite non decollano?

Altroché, è una condizione che, se sei fortunato, proverai almeno una volta.

Avere successo sin dal principio è bello, però poi ti manca vivere quest’esperienza di sconforto, che è fondamentale interiorizzare quanto prima.

Certe volte è dura, ma non importa: si va avanti e i risultati arrivano. Per alcuni
autori è più facile farsi conoscere e vendere, per altri meno, ma personalmente sono troppo impegnato a migliorarmi per fare raffronti continui con i miei colleghi.

Quali consigli daresti ad Autori e Artisti emergenti, che vogliono realizzare e rendere nota la loro prima opera o pubblicazione?

Di avere l’umiltà di imparare da chi è più avanti di loro nel percorso.

Oramai ne vedo ogni giorno di arroganti che si credono perfetti e non migliorano mai. Continuano a sfornare robaccia che scoraggia i lettori dal prendere nuovi libri.

L’artista emergente dovrebbe coltivare l’umiltà di dire “insegnami quello che sai”, perché se riuscirà a preservare quest’apertura anche quando la sua carriera galopperà, vedrete che diventerà quel tipo di artista che spicca su tutti gli altri.

Cosa pensi del Mercato artistico italiano contemporaneo, degli autori e artisti che ne fanno parte e del pubblico al loro seguito?

Il mercato editoriale è in crisi, ma lo sappiamo bene.

In Italia, soprattutto, sono in troppi quelli che prendono sottogamba il mestiere che faccio. Da una parte ci sono quelli convinti che non sia un vero lavoro e che non costi fatica, ma queste persone sono anche un po’ da giustificare, non è colpa loro se, a differenza mia, svolgono un mestiere che non amano. Giusto?

Dall’altra parte della barricata, invece, ci sono gli autori da social network che non capiscono una verità fondamentale: non puoi fare lo scrittore a livello professionale se non ti sei formato con lo studio.

È assurdo credere il contrario, è come se io volessi esibirmi come pianista in un’orchestra sinfonica e l’unica musichetta che sapessi suonare fosse “Tanti auguri a te” con un solo dito.

Forse ci illudiamo che sia facile giocare con le parole perché parliamo tutto il giorno, ma senza formazione è esattamente quello che siamo: bambini che suonano una canzoncina con un dito solo (e che non sanno cosa farsene delle altre nove).

A mettere in crisi il mio settore, oltre a tutta la concorrenza di storie in media alternativi, come film, serie TV, videogiochi e tutto il resto, sono proprio quelli
che vogliono occuparlo senza avere le competenze per essere qui.

Perché se escono libri scritti male, i lettori hanno tutto il sacrosanto diritto di dire che la letteratura fa schifo. Per quanto riguarda il pubblico, posso dire solo che ha sempre l’ultima parola su tutto.

Cosa ne pensi del panorama sociale nel nostro paese?

Credi che l’italiano medio sia un buon conoscitore dell’arte, oppure si potrebbe fare di meglio?

Eh… bella domanda!

Non mi sento a mio agio nel dare una risposta senza puntare anzitutto il dito contro me stesso, umilmente.

Se vogliamo parlare di arte, io oltre ai libri mastico un po’ l’ambiente musicale, un po’ il cinema, ma sono ignorante o quasi per quello che riguarda la pittura, ad esempio, o l’architettura. E anche il teatro, volendo.

Ho una buona conoscenza dell’editoria, dicevo, e nel mio settore sono sempre più forte. E poi che altro? Be’, mi informo.

In quanto autore, ho il dovere di fare ricerche su qualsiasi aspetto della civiltà umana, ma aver studiato l’architettura dei santuari shintoisti in Giappone, ad
esempio, non fa di me un esperto in materia.

Ho appreso solo quel che bastava per dare verosimiglianza al mio romanzo, nient’altro.

Questa grande iperbole era per dire che, tra i miei mille
difetti, mi pregio di riconoscere l’ignoranza sacrosanta che ho, e che devo avere, per gli aspetti che trascendono la mia area di competenza.

Quando trovo qualcuno che ne sa più di me, ascolto e cerco di apprendere, ma di anno in anno mi rendo conto di essere una rarità in questo senso.

Forse la mia fortuna è che non mi pesa ammettere di non sapere qualcosa.

L’italiano medio, invece, sa sempre tutto. Vorrei invidiarlo, ma onestamente non ci riesco.

Come giudichi la burocrazia del mondo artistico?

Per un autore le spese sostenute, le imposte applicate, le royalties, le agevolazioni economiche, e tutti gli aspetti fiscali a cui badare potrebbero essere più favorevoli?

A livello fiscale, ogni cosa potrebbe essere più favorevole, ma come dicevo poco fa, è un ambito in cui non mi sento in dovere di metter becco, dal momento che non ho le competenze necessarie per esprimere un’opinione concreta.

L’idea sommaria che mi sono fatto è che lo Stato abbia questo strano feticismo di riempirsi le tasche col denaro di chi ha voglia di lavorare. Di soluzioni politiche non ne abbiamo, ora come ora. Viviamo un’epoca triste.

Penso ai rivoluzionari che hanno dato la vita affinché tutti potessimo
votare, senza alcuna distinzione di sesso, etnia e simili… e poi io entro in un seggio elettorale e mi vergogno di dare il mio voto a uno qualsiasi di certi buffoni.

Cosa pensi dell’avanzamento tecnologico?

Temi per la tutela degli artisti umani rispetto all’intelligenza artificiale?
Oppure immagini ci
possa essere una simbiosi tra questi due mondi?

La simbiosi ci sarà, è inevitabile, ma solo per chi saprà stare al passo coi tempi, così come per tutti gli ambiti.

Quando hanno inventato la stampa che hanno fatto, hanno detto che quelli non erano veri libri? Probabilmente sì.

E quando hanno inventato il cinema, di sicuro qualcuno ha detto che i veri attori si vedono a teatro.

E poi, quando è arrivato Internet e l’hanno riempito di signorine svestite, qualcuno si è lamentato? Sì, in effetti sì, c’è da lamentarsi per tante ragioni, però la vita continua.

No, be’, cretinate a parte, l’intelligenza artificiale è solo uno strumento, ha la stessa natura del computer che adopero io stesso per scrivere, soltanto è mille volte più avanzata in termini di rapidità e accessibilità. Allo stato attuale delle cose non riesco a vederla come una minaccia. La creatività umana è ancora troppo, troppo complessa per poter essere replicata artificialmente.

Hai in cantiere altri progetti? 

Possiamo aspettarci nuove opere? Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

So cosa scriverò da qui ad almeno 6 o 7 anni nel futuro.

Ho intenzione di far uscire un libro l’anno, così che i miei lettori possano sapere con certezza che il nostro è un appuntamento fisso.

Mi concentrerò sempre sul Fantasy nelle sue declinazioni più oscure, psicologiche, anche un po’ controverse.

Nel frattempo, conto di crescere come editor e di aiutare quanti più colleghi possibili a raggiungere la competenza necessaria a scrivere storie degne di essere lette e amate.

Dove ti vedi, nella tua vita artistica, tra cinque anni da adesso?

Be’, difficile dirlo.

Spero che la mia prosa continuerà a crescere e mi auguro di poter vedere i problemi di oggi come minuscoli sassolini rispetto alla competenza che acquisirò.

Negli ultimissimi mesi sono successe un bel po’ di cose che mi lasciano ancora stordito, persone che non avevo mai incontrato hanno iniziato a riconoscermi nel corso degli eventi dedicati al mio settore.

Comincio a farmi un nome nell’ambiente, insomma.

Vorrei poter diventare un punto di riferimento per tutti coloro che necessitino di una guida, un consiglio, un parere su un percorso che ho già compiuto prima di loro.

Alla fine, l’abilità degli scrittori è determinata soltanto da quanti passi hai già fatto rispetto a un tuo collega, nient’altro, e non esiste un punto di arrivo. Ci si perfeziona, ci si aiuta, si contribuisce a creare un ambiente sano, perché ce n’è proprio bisogno.

Voglio credere che, nel mio piccolo, tra qualche anno avrò contribuito a migliorare queste lande che sono tanto belle, ma un tantino insudiciate, va detto.

Vorresti aggiungere ancora qualcosa, per i nostri spettatori?

Vorrei chiedervi di leggere.

Non per forza i miei libri, anche se mi farebbe piacere.

Leggete libri italiani, sostenete gli scrittori che si affannano e danno il massimo adesso, nel nostro presente!

Esistono meraviglie che non potete immaginare e che hanno l’unica colpa di
essere nate in una nazione in cui si crede, a grande torto, che gli unici degni di essere letti siano sempre i soliti quattro nomi stranieri.

Lasciatevi sedurre dai nostri autori meritevoli, scrivete recensioni oneste, parlate dei loro libri ai vostri amici, regalate copie! Una storia è un regalo di pregio, è meno vincolante di quanto si creda e molto, molto più bello del solito buono acquisto impersonale, che oramai va tanto di moda.

Sognate e basta, è bello.

Grazie per questa intervista, Franz.

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