Art. | La parola Religione

Utopia, abitudine o tempo perso?

Religione: che ruolo assume questa parola, oggigiorno?

Ho sempre amato confrontarmi con le persone; soprattutto con quelle che non la pensano come me.

Purché moderate, o quanto meno “costruttive e propositive”, credo che le persone – diverse da noi – siano fondamentali per crescere, e accrescere il proprio pensiero.

Te ne sei accorto? Di una conversazione è più facile ricordare dettagliatamente il momento in cui abbiamo ricevuto un complimento o una critica, piuttosto che ricordare pienamente il monologo di qualcuno.

Nella mia vita – ancora oggi – preferisco evitare discorsi ideologici e politici con amici, parenti o conoscenti.

Perché?“, dirai tu.

Ebbene, ti rispondo subito: perché il più delle volte, e con questi argomenti, si tende a cambiare il rapporto con una persona; quando emergono la sua determinazione o, viceversa, la sua testardaggine. 

Lo stesso vale per la religione. Perché molte persone, tra quelle che si amano autodefinire “di larghe vedute” o “di mentalità aperta“, amano contraddire il proprio interlocutore, convinte della bontà dei propri intenti e della certezza delle loro convinzioni.

Ecco, questo è un problema largamente diffuso.

Custodire le proprie idee è quanto mai necessario, e virtuoso, per un individuo. Ma troppe persone si sono convinte, in qualche modo, di essere totalmente nella ragione.

Vedi, credere di “aver capito tutto”, senza confutare ciò in cui si crede, e senza porsi domande su quanto abbiamo imparato, è sinonimo di stagnazione culturale.

Difatti, se oggi ci convincessimo di qualcosa e tra trent’anni fossimo convinti della stessa chi la spunterebbe?

Il giovane con una prospettiva aggiornata oppure noi, vecchi e burberi senza propositi di condivisione?

La religione è un aspetto che per molti di noi, me compreso, rappresenta parte della propria identità.

Detesto quando sento direi da coloro che non credono in nulla che noi, credenti in una Fede o in un Dio, siamo ciechi davanti all’evidenza.

Con quale possanza morale, o attraverso quale etica, queste persone credono di avere il diritto di giudicare?

E con quale presunzione credono, al contrario di noi, di aver capito tutto?

Con quale retaggio, poi, penserebbero di avere maturato i “requisiti ideali” per difendere una causa in cui – forse – credono?

Io stesso, cattolico fin dalla nascita, contesto il modo in cui il cristianesimo sia stato rappresentato e diffuso nei secoli; persino oggigiorno.

Tuttavia, non metto in dubbio la mia Fede: ciò che metto in dubbio sono le parole degli uomini.

Percepisci la differenza? Puoi accorgerti di quanto sia volatile, in una società che si è votata al materialismo e agli idoli d’oro?

Viceversa, quando vedo i “cristiani-praticanti” contemporanei ostentare il loro ideale di società tradizionalista, rabbrividisco.

Non mi sento rappresentato da persone che professano il mio stesso Credo. Difatti, non ne condivido gli ideali né gli scopi.

E se proprio è attraverso me e la mia Fede, ponendo esempi e critiche sulle mie esperienze, che posso rispettosamente comunicare a tutti, ciò che ti dico è questo: nella mitologia di matrice cristiana si narra della Storia del Santo Graal che, qualora tu non lo sapessi, si dice fosse la coppa (il Calice) da cui Gesù bevve alla sua tavola; nella sua “ultima cena“.

Ebbene, leggenda vuole che questo simbolo fornisca immortalità e santità a chiunque lo trovi e lo custodisca, e si disseti dallo stesso.

Ora, dato che gli aspetti miracolosi di questa leggenda non sono ciò in cui credo, sfrutto questa storia per proporti una visione differente, e personale, in grado di farti comprendere il modo in cui credo e professo la mia Fede.

Se il Santo Graal è sinonimo di “trovare Dio”, non è forse credere – persistendo in una ricerca senza fine – il modo in cui possiamo “credere senza vedere”?

Ciò che penso è che, per un cristiano pragmatico e razionale come me, trovare il Graal non significhi trovare “una coppa d’oro o di legno”, bensì significhi trovare la Fede senza aver bisogno di tutte le risposte.

Il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo“, recita una frase del Vangelo di Matteo.

E così è, per chi ha la forza e il coraggio di credere.

Non è dispensando gli insegnamenti di “uomini discutibili” ad altri uomini che si possono conservare virtù e pace, nel mondo.

Anzi, io stesso imparo – quotidianamente – anzitutto da ciò che è per me diverso. Poiché ho compreso che non mi è avverso.

E quello che penso è che più persone dovrebbero abituarsi ad apprendere virtù da ciò che non conoscono, e da ciò che “per sentito dire” evitano.

Dubitare di se stessi è pericoloso e nocivo per l’identità di un individuo, ma non lo è porsi domande su ciò che siamo o su ciò che facciamo.

Non è restando “fermi” sulle nostre convenzioni, e per tutta una vita, che possiamo crescere ed essere migliori.

Al contrario, avere l’umiltà di mettere in pratica ciò che di bello, buono e saggio abbiamo appreso è ben diverso dall’essere certi e sicuri di essere nella ragione.

In un’opera capace di sconvolgere l’ortodossia religiosa del tempo, il “Trattato Teologico-Politico“, il filosofo olandese Spinoza descrisse saggiamente questa visione.

Oltre i confini geografici, e al di là della propria ideologia, è solo con il confronto con altri esseri umani che possiamo davvero creare qualcosa di grande e migliore, e che lo sia per tutti!

Questo è ciò a cui ti invito. Oltre le convinzioni radicali che nutri tu o che nutrono gli altri. Solo ricercando virtù e saggezza potremo conoscere noi stessi, e il nostro valore.

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